La fede dei Re Magi

img_20190105_102506

I Re Magi. E pensare che loro erano così ricchi e potenti, così sapienti e saggi. Erano astronomi, e scrutando il cielo hanno incontrato una strana stella. Si sono incuriositi, si sono fidati e l’hanno seguita in mezzo a mille difficoltà. Una stella che ha cambiato la loro vita.

Una profezia? Loro hanno creduto. E finalmente dopo tanti mesi di cammino, ecco: il Figlio di Dio, il Salvatore, il Verbo fatto carne, il Caprio espiatorio, era lì, davanti a loro, in una mangiatoia, il Re dei re era un umile bambino.

E gli hanno donato oro, incenso e mirra. All’apparenza lui era un bambino come tanti, ma loro hanno riconosciuto in quel bambino il Figlio di Dio. E noi ci chiediamo: “Come hanno fatto a riconoscere che era il Figlio di Dio, loro che non erano neanche ebrei, quindi non veneravano le Sacre Scritture come gli ebrei?”. Loro hanno capito questo grazie alla fede che hanno, nei fatti, dimostrato di possedere.

Molto probabilmente, al ritorno in Persia, se non hanno professato questa fede in pubblico, almeno, io credo, che abbiano custodite queste cose nel loro cuore. Come Maria.

Nel presepe i Re Magi sono una delle figure più importanti, infatti, hanno l’onore di essere sistemate nella capanna insieme alla Natività, un posto che non è dato a tutti. E ciò è un segno evidente della loro importanza.

Questo è quello che penso io voi siete liberi di credere quello che volete.

Gabriele

“In Dio e nel Paradiso io ci credo”

Ricorre quest’anno il 70° anniversario dell’uccisione del Servo di Dio Giuseppe Fanin, giovane sindacalista cattolico brutalmente assassinato in una fredda e nebbiosa sera di novembre nelle campagne del bolognese ad opera di tre braccianti su mandato del segretario locale del partito comunista. Stava facendo ritorno a casa in bicicletta, recitando come suo solito il rosario, dopo aver trascorso il pomeriggio con la fidanzata.

Il 1948 fu un anno di incertezza, speranza ed accese contrapposizioni tra le forze politiche e sociali italiane. Lo scontro ideologico ebbe però il sopravvento sulla discussione dei programmi e delle proposte concrete, in un clima ogni giorno più teso ed arroventato. A grandi speranze per un futuro migliore facevano purtroppo da contraltare forti rancori non ancora sopiti. In questo clima, la componente cattolica del sindacato unico si prefisse di creare un’organizzazione libera estranea a influenze di partito e ciò fu contrastato fortemente dalle forze di sinistra.

Giuseppe Fanin, cofondatore dei sindacati liberi nella zona, fu vittima di questa lotta.

44664261_346563309240356_8576823512839225344_nIn questi giorni a San Giovanni in Persiceto, sua città natale e teatro del tragico agguato, sono in programma una serie di importanti eventi commemorativi: tavole rotonde, eventi musicali (con l’esecuzione di un brano ad hoc scritto e interpretato dal gruppo rock-cristiano dei “Maddalen’s Brothers”), l’apertura di una mostra permanente e la prima visione di un docufilm girato nei luoghi di Fanin, che ha visto il coinvolgimento di giovani attori locali e la partecipazione straordinaria di Paolo Cevoli. Il tutto culminerà con la Santa Messa presieduta da Mons. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna.

Desideriamo porre qui l’accento su un importante aspetto della sua esistenza, ben evidenziato dal Card. Carlo Caffarra dieci anni or sono, di cui riportiamo le parole: “[Fanin] fu un uomo dalla profonda vita di orazione. Secondo quella spiritualità solida e semplice, che ha caratterizzato quella grande generazione: una profonda devozione mariana (la pratica del Rosario era quotidiana); una grande fedeltà ai sacramenti della fede, Confessione ed Eucarestia; la pratica annuale degli Esercizi Spirituali secondo il metodo ignaziano; una sincera ed affettuosa devozione al Papa. È questa spiritualità che ha nutrito uomini e donne nel loro quotidiano, faticoso e non raramente pericoloso cristianesimo.[…] La sua spiritualità non lo portava fuori dal mondo, in vacue evasioni spiritualistiche. Al contrario. Egli era pienamente consapevole che la sfida che la nuova stagione rivolgeva ai cristiani, doveva essere raccolta in primo luogo dai laici cristiani.[…] Essere dentro la società. Certamente il fedele laico non può non esserci, a causa della sua vita familiare e del suo lavoro e non raramente di impegni civili. Ma il problema è di esservi come cristiani; di non lasciarsi vincere dall’insidia di separare l’esperienza della fede dall’esperienza umana; di separare ciò che si celebra alla domenica da ciò che si vive il lunedì. Circa questa unità, il messaggio che giunge a noi dal Servo di Dio è limpido: è a causa di questa unità che è stato ucciso”.

Un’unità di vita che l’ha reso un cristiano solido, non in balia delle mode culturali o della ricerca a tutti i costi del consenso sociale; un cristiano che ha saputo interpretare tutto ciò che accadeva alla luce del Vangelo; un “esempio alto e prezioso si testimonianza evangelica”, come sottolineò il Card. Giacomo Biffi in occasione dell’apertura solenne del processo di beatificazione. Ecco perché, proseguì il Cardinale, “i persecutori non ci hanno interessato più: la nostra attenzione è stata tutta presa dalla figura luminosa che dalla Provvidenza ci veniva indicata come un modello” per i giovani, per i lavoratori e per tutti i laici decisi a seguire le orme del Signore.

Immagine.pngUn cristiano autentico, tutto d’un pezzo, capace di andare contro corrente, educato in famiglia ad una visione completa dei valori della vita e che ben conosceva la forza del perdono. A chi gli consigliò di armarsi, a seguito delle minacce ricevute, Fanin rispose semplicemente mettendo la mano in tasca ed estraendo il rosario: “Questa è l’unica arma di cui ho bisogno”.  E ancora, rivelando un senso umano e cristiano superiore, quasi un’accettazione generosa di un possibile martirio: “Se mi dovessi trovare un giorno nella necessità di difendermi e difendendomi uccidessi qualcuno, forse avrei tutti gli anni che mi rimangono amareggiati da un rimorso; potrei rovinare una povera donna, dei bambini innocenti. No, no; non voglio avvelenarmi la vita; nei guai io lascio gli altri, perché in Dio e nel Paradiso io ci credo!

Ripercorrendo la vita di Fanin, in modo particolare soffermandoci a riflettere su questo punto, ci vengono in mente le celebri parole di San Josemaria: “Che la tua vita non sia una vita sterile. – Sii utile. – Lascia traccia. – Illumina con la fiamma della tua fede e del tuo amore. Cancella, con la tua vita d’apostolo, l’impronta viscida e sudicia che i seminatori impuri dell’odio hanno lasciato. – E incendia tutti i cammini della terra con il fuoco di Cristo che porti nel cuore.

Giuseppe, Pippo come era comunemente chiamato, amava in modo particolare la famiglia. Ricorda il suo primo biografo: “Era fiero della mamma ed era felice d’uscire con lei. Allora le sceglieva l’abito, l’aiutava a pettinarsi, la voleva giovane e bella, le offriva il braccio e ci teneva a farsi vedere con lei. […] Quando era libero lavorava nei campi insieme ai fratelli e al padre. Coltivava il suo giardino del quale era molto geloso poichè amava i fiori ed era sensibilissimo alla loro grazia e bellezza. Quanti fiori! Ce n’erano per tutti: per l’altare, per la fidanzata, per la casa”.

45006890_10217716285287941_7781594478145437696_nNutriva un forte e limpido amore per la fidanzata Lidia e desiderava formare una famiglia allietata da numerosi figli. In un biglietto a lei indirizzato troviamo scritto: “So la grandezza dell’amore di cui ti ho fatto dono. In questi giorni ho compreso che cosa significhi amare con amore cristiano, amare nella creatura la bellezza della sua anima e così amare Dio. Io amo te di un amore che giunge fino a Dio. E il mio amore è puro perchè anch’io sono puro e voglio portare la mia purezza al talamo matrimoniale. Nella pienezza di questi sentimenti che sono tutti per te, non vedo, non desidero altro che il tuo cuore abbia uguali palpiti per me. Forse chiedo troppo? … A te cui dono amore chiedo amore”.

Riportiamo ancora parole del Card. Biffi: “Un ragazzo che era nato da una famiglia di contadini ed era riuscito ad arrivare alla laurea, che aveva scelto di consacrare la sua intelligenza e le sue energie a migliorare la sorte della gente dei campi; un cristiano e un cittadino che sapeva proporre con ardore le sue convinzioni, ma non aveva mai fatto torto ad alcuno né inflitto mai alcuna violenza; un uomo sotto tutti gli aspetti esemplare, trucidato inerme a colpi di sbarra, mentre ritornava dall’aver portato alla fidanzata un mazzo di fiori coltivati con le sue mani: ecco chi siamo oggi invitati a ricordare. […] Sapeva nutrire la sua fede e il suo impegno cristiano dando spazio al silenzio, all’ascolto di Dio e al colloquio con lui, alla meditazione delle verità eterne”.

Al momento della morte, conservava nel portafoglio i propositi scaturiti dagli ultimi Esercizi Spirituali ai quali aveva partecipato. Come ben evidenziò il suo primo biografo: “Dopo averli con costanza realizzati in vita, li ha sigillati con il suo sangue”.

Alla luce dei fatti, divenne il Testamento morale di Giuseppe Fanin.

Lo riproponiamo nella sua interezza.

45029935_10217716284207914_7001987437803077632_nPonendomi dinnanzi a Dio e con il Suo aiuto io intendo ora compilare questo scritto, cercando di mettere sulla carta, con la maggior fedeltà possibile, quelli che sono i pensieri e i propositi maturati nella mia anima e nel mio cuore durante questi, che spero, salutari e santi Esercizi.

Per primo punto, pur considerando le mancanze che in seguito per la mia stessa debolezza commetterò, intendo aderire al 3° grado di perfezione spirituale, secondo il pensiero di Sant’Ignazio. Quanto sopra nell’ambito della vocazione e dello stato di vita scelto (benché non sia ancora detta l’ultima parola) che a rigor di termini è definito matrimoniale. In conseguenza di quanto sin qui affermato, declino ora i miei concreti propositi nei miei rapporti con Dio, me stesso e il prossimo.

  1. Verso Dio: a prescindere dalla mia debolezza e difficoltà nell’evitare specie le occasioni prossime di peccato veniale, io faccio vivo proposito di non ricadervi, e, pertanto, mi impegnerò alla comunione settimanale e, possibilmente, infrasettimanale; alla confessione quindicinale e anche settimanale, alla preghiera quotidiana più devota e mai dimentica; al rispetto del nome di Dio e dei Santi sia nel pronunciarli come nelle immagini.
  2. Verso me stesso: prima di tutto nella purezza evitando: pensieri con relativo lavorio della fantasia che possano portarmi a considerare cose impure o anche desideri cattivi; parole che possano offendere il sentimento della purezza specie nella persona da me amata; opere come sguardi su persone o cose che mi causino pensieri impuri, o toccamenti, abbracci e baci che offendano nelle persona amata o in me sentimenti di purezza; e nella conservazione del mio corpo evitando pericoli non necessari per la mia anima nelle sue facoltà di intelligenza, volontà e sentimento.
  3. Verso il prossimo: usando l’equilibrio cristiano nei miei rapporti con tutto il mio prossimo, evitando tutto quanto può venire meno alla carità. E qui intendo fare un particolare proposito di maggior carità e comprensione nei rapporti con i miei famigliari.”

G & L

L’Angelo Custode… secondo un decenne

Ammetto che io non ho mai parlato molto col mio angelo custode, comunque riconosco che mi ha aiutato diverse volte nella vita.

L’angelo custode è colui che ti aiuta nei momenti difficili come fosse un fratello (che in un certo senso è … anche se lui è solo creatura di Dio, mentre noi ne siamo figli).

IMG_20180815_100712_resized_20181001_092337990

L’angelo custode è quell’angelo che ha il compito di ”illuminarti, custodirti, reggere e governare te” (preghiera all’angelo custode, adattata al contesto). Un paragone: a me piace molto la montagna e so per esperienza che quando fai scalate difficili e pericolose ci sono degli aiuti per sostenerti e dei cartelli per guidarti; ecco l’angelo custode fa proprio questo: ti sostiene, ti aiuta e ti consiglia la strada migliore da percorrere.

Ovviamente voi vi chiederete: “Chi è questo comune mortale – come noi – per dire questo?” Sapete che vi dico? Avete ragione! Dopotutto io sono solo un bambino/ragazzino di 10 anni che, certo, fa il ministrante (per chi non lo sapesse è così che si chiamano i chierichetti al giorno d’oggi. Non per dire che siate vecchi, per carità, non sia mai detto) … però non è neppure di una certa rilevanza in fin dei conti; intendo dire che la mia parrocchia andrebbe avanti tranquillamente anche senza di me.

Comunque io la penso così e voi potete pensare quel che vi pare. Dopotutto io non sono mica il Papa che può decretare dogmi.  Per ora.

Grazie mille della vostra attenzione! 🙂

Alla prossima, con un nuovo articolo!

Gabriele

Dio vede, sorride e provvede

Che Dio fosse un grande umorista, già lo sapevo. Ma stamattina si è superato. Credo stia ancora sorridendo.

Obiettivo della giornata: lucrare il Perdono di Assisi, dopo il buco nell’acqua della giornata precedente. Devo riprogrammarmi (in casa mi chiamano ironicamente il “navigatore di famiglia”, ma resto umile).

Come ogni mattina, ma con ancora più convinzione, metto in atto il mio piano: mi fiondo giù dal letto alle seinpunto (cinqueetrequarti per quel bell’addormentato nel bosco di mio marito … ecchesaranno mai quindici minuti, dopo tutto il mattino ha l’oro in bocca! Vi risparmio il seguito del dialogo), effettuo un brainstorming con me stessa richiamando l’imprescindibile schema mentale pianificato fino nel più piccolo dettaglio, nella speranza di riuscire a bilanciare costi e benefici di ogni commissione e spostamento.

Da buon pendolare che si rispetti, ho sempre i minuti contati per il tragitto casa-lavoro e ogni possibile volontaria deviazione dal mio percorso abituale va ponderata accuratamente.

Durante il breve viaggio, su un treno anch’esso assonnato (in puntuale ritardo, come da copione) aziono la modalità Lara Maps per individuare la chiesa più vicina al mio posto di lavoro. Chiesa, oltretutto, bellissima … dovrei ricordarmene più spesso! Non faccio troppi calcoli poiché, anche al mio cervello ancora in stand-by, è evidente il beneficio di questa scelta (che saranno mai venti minuti di slittamento sulla mia tabella di marcia, con conseguente rientro tra le mura amiche posticipato di mezz’ora, di fronte all’indulgenza plenaria di un’ anima?)

Arrivo finalmente a Bologna in un clima un po’ surreale (tutto era pronto per il ricordo della strage del 1980) e, di buon passo (allenato dopo anni di pendolarismo) mi dirigo verso la meta prefissata, scegliendo accuratamente il lato della strada più ombreggiato e gli attraversamenti pedonali più strategici calcolando, con precisione svizzera, l’attimo esatto in cui scatterà il verde.

Dev’esserci stato in realtà qualche problema nella sincronizzazione poiché ho fatto filotto di semafori rossi, con sosta rigorosamente sotto il sole. Dettagli, l’importante è l’ottimismo!  Che ha cominciato a traballare quando, giunta trafelata davanti al portone della chiesa, l’ho trovato rigidamente chiuso. Pazienza, anche questo è sintomo (triste) dell’estate.

In meno di un secondo scorro il film della mia vita e mi viene alla mente un’altra chiesa (frequentata ai tempi dell’università) verso cui dirigermi. Allungherò un po’ la strada, devo farmene una ragione, ma ne-vale-la-pena! A grandi falcate, e con rinnovata speranza, mi ci dirigo sicura. Ma anche questa è chiusa. Controllo l’orologio: sono già le otto passate. Mi sorge il dubbio che ci sia in atto uno sciopero dei sagrestani.

Qualcuno lassù se la ride.

Faccio outing e confesso che solitamente gli imprevisti mi tolgono serenità ed equilibrio ma su questo aspetto ci sto lavorando seriamente almeno da qualche anno. No Lara, non puoi scomporti per così poco. Proseguo imperterrita nell’inatteso tour nel cuore di Bologna,  (con l’ufficio ormai lontano qualche isolato) tenendo lo sguardo fisso sulla sagoma di un campanile che avevo intravisto da qualche minuto e lo seguo come un faro nella notte.  Mi autoconvinco che sarà questione di pochi minuti di cammino e, soprattutto, confido di non perdermi, visto il mio proverbiale senso di orientamento di cui sono (s)provvista. Non sembra lontano in fondo e in gioco c’è la salvezza di un’anima. Realizzo (complice anche il termometro di una farmacia) che all’ombra ci sono già trenta gradi, ma non importa (dopo tutto all’inferno la situazione dovrebbe essere ancora più compromessa). Anche per questo, barcollo ma non mollo.

Giungo all’ombra del campanile, lo circumnavigo e mi si para davanti la chiesa di S. Martino (in realtà ne prendo coscienza una volta ristabilita la connessione dei miei neuroni residui, intorpiditi dal caldo e letteralmente affogati sotto uno strato di gocce di sudore).

Entro. La statua della Madonna del Carmelo è in bella vista, sovrastante il Tabernacolo. Con lo Scapolare tra le mani e Gesù in braccio. Anche questo particolare faceva parte dei miei ricordi di studente. Resto a fissarli, in silenzio; Maria e il Tabernacolo, la mia Madre celeste e la prigione di Amore nella quale Gesù ci aspetta da duemila anni.

Alla fine esco soddisfatta e ritorno alle mie occupazioni quotidiane, nella piena convinzione che, in tutta la città (sazia, disperata … e in estate anche chiusa) non potevo trovare chiesa più adatta in cui approdare. Ecco finalmente spiegata la serie di contrattempi apparentemente casuali e il sorriso che percepivo dall’Alto. Non sono così certa di aver seguito alla lettera le pratiche di pietà per lucrare il Perdono di Assisi (a volte sono una maga della spiritualità fai da te) ma anche oggi mi è stata impartita una grande lezione.

Di Amore.

Di Fiducia.

Di Filiazione divina.

In definitiva sempre tutto a tema.

Lara

Un regalino del cielo chiamato Alexia

Leggere insieme ai figli la vita di qualche santo è un’occupazione che abbiamo sempre gradito; è un po’ come spalancare la porta di casa a un nuovo amico per farlo entrare, da quel momento in poi, nella nostra quotidianità.

Privarci repentinamente della sua compagnia con un “Grazie, è stato bello, arrivederci!”, una volta chiuso il libro, è praticamente impensabile perché caso vuole che il santo che bussa alla porta e che ci si presenta di fronte è sempre quello di cui la nostra famiglia ha bisogno in quel preciso momento. E così, da quell’istante, terminata l’ultima pagina, entra di diritto a far parte del nostro focolare andando ad aumentare la schiera degli amici nostri compagni di viaggio, alcuni già canonizzati, altri ancora in cammino (con una netta preferenza per i “santi della porta accanto”). Che spettacolo la Comunione dei Santi!

Tutto questo preambolo per dire che avevamo appena terminata la lettura della vita di Alexia Gonzàles-Barros (una ragazzina spagnola, a noi tanto cara, morta ad appena quattordici anni per le conseguenze di un terribile sarcoma) quando abbiamo appreso una notizia che ci ha rallegrato tantissimo: Papa Francesco l’aveva dichiarata venerabile.

In queste poche righe vorremmo soffermarci su alcuni aspetti della vita di Alexia che ci hanno particolarmente colpiti, come sposi, come genitori e come figli di un Padre che ci ama alla follia ma del quale facilmente ci dimentichiamo, travolti da una routine mal vissuta che ingrigisce la quotidianità, rendendola troppo spesso piena di vuoto. Eppure, per noi che non siamo né stiliti né consacrati dovrebbe essere proprio questo l’ambito primario del nostro incontro con Cristo e quindi via per la santità: la quotidianità, composta da mille variegate sfaccettature, a volte gradevoli, altre decisamente meno.

Se Alexia fosse vissuta ai giorni nostri (è morta nel 1985) molto probabilmente avrebbe utilizzato i social e nei mesi scorsi si sarebbe unita nella lotta, e nelle preghiere, per il piccolo Alfie. Non è un azzardo, conoscendo il suo grande amore per i bambini e per la vita. Aveva appena dodici anni quando si indignò profondamente di fronte ad un disegno di legge sull’aborto in attesa di essere approvato dal parlamento. Si impegnò alacremente in un incalzante apostolato dell’opinione pubblica, indirizzando lettere ai principali giornali e partecipando a diverse manifestazioni. Scrisse ad un quotidiano madrileno: “Ho dodici anni e sono la settima di sette figli. Sono molto grata a Dio per avermi fatto nascere in una famiglia dove tutti sono stati molto contenti della mia nascita. Se mia madre fosse stata una di quelle donne che vogliono uccidere i loro bambini prima che nascano, io non sarei nata. Vorrei dire a costoro di non ucciderli, per favore, perché sicuramente noi saremmo felici di ricevere uno di quei bambini che non vogliono.

GONZÁLEZ-BARROS-GONZÁLEZ-(1)Come si intuisce, un ruolo fondamentale nella crescita umana e spirituale di Alexia è da attribuire al clima respirato in famiglia, un autentico focolare luminoso e allegro nel quale si viveva un profondo spirito cristiano con naturalezza e semplicità. C’è un simpatico aneddoto che dimostra quanto Alexia ci tenesse a mettere in pratica, con serietà e impegno, gli insegnamenti ricevuti dalla mamma: quando in casa si parlò della necessità di anticipare il proprio dovere, senza rimandarlo, la bambina pensò bene di chiedere alla mamma se non fosse stato il caso di confessare un peccato non ancora commesso (la più che probabile litigata con le cuginette, ormai una consuetudine durante le vacanze) perché “voleva farlo per anticipare”.

Aveva una grande confidenza con la mamma (che riteneva Alexia “un regalino del cielo”) e amava tantissimo il papà, amore che si manifestò ancora maggiore durante la malattia. Fu proprio a lui che, intravedendo la fine, disse improvvisamente: “Papà, andiamo!”  “Dove, figlia mia?”  “Dove mi stanno aspettando”.

Alexia era una ragazzina del tutto simile alle coetanee, con un forte senso dell’amicizia e sempre pronta a perdonare in caso di torti subiti. Curava nei minimi dettagli le piccole cose e si stupiva per la bellezza della natura. Era sportiva con una particolare passione per la musica e per la moda: amava infatti indossare abiti nuovi, sfogliava con attenzione le riviste di moda chiedendo alla mamma di copiarle i vestiti che maggiormente le piacevano, o che a volte lei stessa disegnava. Perfino durante la malattia curò il proprio aspetto esteriore, per mantenere alto il morale intorno a sé e per dare un po’ di sollievo ai propri famigliari.

alexiaSi potrebbero riportare diversi aneddoti sul periodo di malattia, dieci mesi di autentico calvario, durante i quali la sofferenza non le fece sconti. C’è una costante che spiazza: il sorriso sempre presente sulle sue labbra unito ad un’inesauribile felicità nonostante i dolori lancinanti. Alexia considerava la malattia come un grande tesoro e, come tale, non voleva correre il rischio di sprecarlo. Certe immagini, che la ritraggono sorridente nonostante l’ingombrante apparecchio per mantenere rigida la colonna vertebrale, sono più eloquenti di mille parole.

Sei felice figlia mia che vai in cielo?”  “Sì, mamma, molto felice”.  Sono le ultime parole prima di esalare l’ultimo respiro accompagnato dall’unica lacrima versata durante l’evolversi della malattia.

Chi l’ha avvicinata durante il tratto finale della sua vita è concorde sul fatto che Alexia era pervasa da un’allegria contagiosa e da una forza interiore travolgente che infondevano serenità nei cuori di chi si recava in visita, frutto dell’intenso dialogo di amore quotidiano con il Signore e con Maria iniziato fin da piccola e mai interrotto. Si spiega così la toccante frase che Alexia ha rivolto alle amiche in una lettera inviata appena dieci giorni prima di morire, ripercorrendo il suo travaglio: “Io mi presi un grosso dispiacere, però, anche se vi riuscirà difficile crederlo, Dio ti dà le forze necessarie e anche la voglia di ridere un po’”.

Siamo rimasti molto colpiti da alcuni aspetti della vita spirituale di Alexia che l’ha portata, tra l’altro, a dimenticarsi di sé per dedicarsi totalmente agli altri.

Viveva con la piena consapevolezza di essere figlia di un Padre buono e premuroso; per questo motivo il suo giovane cuore non aveva nulla da temere neppure di fronte ad ostacoli umanamente insormontabili.  Questo certezza l’ha portata più volte a desiderare di conformare la propria volontà a quella divina. Ci sembra di vederla quando, a sei anni, inginocchiata di fronte al Tabernacolo rivolgeva al Signore, in un intenso dialogo d’amore, queste parole: “Gesù, che io faccia sempre quello che vuoi tu” (che nel periodo finale della vita adattò in “Gesù, io voglio guarire, ma se tu non vuoi, voglio quello che vuoi tu”).

E poi, i grandi Amori della sua vita.

Amore per l’Eucarestia, che raggiunse l’apice negli ultimi mesi di vita, durante i quali Alexia aveva la consuetudine di comunicarsi quotidianamente aspettando Gesù con impazienza. La mente non può che andare all’ultimo periodo, quando ormai i momenti di torpore erano decisamente più lunghi di quelli vigili. Nonostante ciò riusciva incredibilmente ad essere lucida proprio nel momento in cui il sacerdote entrava in camera e nei minuti dedicati al ringraziamento.

Amore per la Vergine, che dimostrava in mille modi differenti nel corso della giornata, a partire dalla recita quotidiana del Rosario e dagli sguardi pieni di affetto che indirizzava ogni qual volta incrociava una sua immagine.

11Amore per la Chiesa e per il Papa. In un suo scritto troviamo queste parole: “L’amore alla Chiesa si manifesta essendo molto fedeli al suo magistero, che ci viene trasmesso attraverso il Papa”. Quante sofferenze ha offerto per le intenzioni del Romano Pontefice!

Possiamo con certezza affermare che Alexia non arrivò impreparata all’incontro con il suo Signore. La grande maturità dimostrata durante la malattia è stato frutto di un cammino percorso mano nella mano con Dio, iniziato fin dalla più tenera età, con il contributo fondamentale di una famiglia cristiana della quale il Signore si è servito per infiammare il suo cuore.

Ci piace concludere, riportando una frase di San Josemaria Escriva, il fondatore dell’Opus Dei, al quale la famiglia Gonzales-Barros era particolarmente legata: “Dio è come un giardiniere che cura i fiori, li irriga, li protegge; li coglie soltanto quando sono più belli e rigogliosi. Dio prende con sé le anime quando sono mature.”

E così puntualmente è avvenuto per il profumatissimo fiore Alexia.

Lara & Gigi

Leggi “Mamma Mongolfiera” e il tempo … vola!

Lo scorso 24 giugno, di rientro dal MienmiuaifDay2018, mi fiondo in casa dopo un’incantevole giornata trascorsa in compagnia di amici meravigliosi, salgo le scale due gradini alla volta in preda ad una violenta ed inaspettata forma di astinenza da lettura, mi avvicino alla libreria per scegliere quale volume accingermi a divorare tra i quattrocentosettantatre che, ormai senza speranza, attendono da mesi di essere presi in considerazione dalla sottoscritta.

L’occhio (probabilmente condizionato dagli abbracci selfosi della giornata) cade sulla coloratissima collana UomoVivo (Berica Editrice) e mi dico: “Vai Lara! È giunto il momento della “Mamma Mongolfiera”! E’ giunta l’ora di Marcella Manghi”. (Che poi, Marcella è l’unica autrice della collana che ancora non conosco personalmente: devo assolutamente rimediare al più presto!)

28279286_10215778274836630_4435041715968047989_n

Apro una doverosa parentesi: non amo particolarmente il calcio, non so cosa sia un “falso nove”, penso che il “fluidificante” sia solo un farmaco mucolitico e il “calcio di punizione” (soft, garantito!) sia la logica esasperata conseguenza dell’ennesimo capriccio della prole al supermercato sotto gli occhi attoniti dei presenti. Ciò nonostante, per compiacere l’allora fidanzato (ora mio marito) mi sono sorbita due anni di abbonamento allo stadio e una vacanza estiva a bordo campo.

Devo tuttavia riconoscere che, proprio grazie alle partite dei Mondiali (o i tornei a Fifa2018 con la playstation … regalo non certo spirituale per la Prima Comunione del piccolo di casa … ma omnia in bonum!), ora posso sperimentare l’ebbrezza di una “prima serata” a mia immagine e somiglianza, con figli e marito “cenati” e spalmati sul divano (un tutt’uno con la tappezzeria, con annessa birra – o succo di frutta – e rutto libero), cucina riordinata, piatti lavati e sgrassati, un briciolo di stanchezza per le commissioni della giornata… non mi sembra vero!

Parentesi doverosamente chiusa.

Premesso ciò, torno alla lettura del libro di Marcella per ammettere che il tempo trascorso in sua compagnia é davvero piacevole e vola in un attimo (d’altra parte abbiamo a che fare con una mongolfiera).

Marcella racconta in modo reale e ironico al punto giusto, con scrittura gradevole e scorrevole, le vicissitudini quotidiane di ordinaria amministrazione di una mamma, dando, così, voce a tante donne, ciascuna delle quali potrà riconoscersi in una delle mille tematiche affrontate a 360 gradi. Mi sembra di conoscerla da sempre e ho potuto facilmente constatare che le sue riflessioni e strategie mi calzano a pennello, soprattutto … tra i fornelli.

Dopo tutto è assodato che la dote e la passione per l’arte culinaria saltano una generazione (lo scrivo più che altro per autoconvincermi!) Ecco, nel nostro albero genealogico sono la massima esponente della generazione saltata. Pazienza! Apparecchiare e sparecchiare la tavola – fine primo tempo – per poi ricominciare ritrovandosi ad un tratto a dover elaborare nuovamente qualcosa di commestibile e appetibile allo sguardo per la cena (per non parlare poi dei tempi supplementari!) in certe giornate, per me, è davvero impegnativo; io che, al massimo, mi cimento in un sofisticato condimento per la pasta a base di robiolino tempestato di gherigli di noce (e non crediate che sia io a rompere i gusci, sarebbe chiedere troppo!) e pomodori a pezzi (quelli sì, li lava e li taglia a cubetti la sottoscritta. E con grande abnegazione e cura); io che festeggio a mò di finale (vinta) dei mondiali quando un esponente della Veronesi’s family propone timidamente (probabilmente impietositosi dei miei occhi simil Gatto di Shrek) di ordinare la pizza a domicilio (vi assicuro di essere a riguardo una grande esperta in tutta la zona; pronta a dare consulenze!); io, punto di riferimento in materia di “tecniche di scongelamento rapido di piatti surgelati” (il mio carrello ne è solitamente ricco) per le massaie rodate ed esperte che trovo in fila alla cassa del supermercato; io che mi commuovo sinceramente quando mia suocera prepara la cena e me la fa arrivare direttamente sulla tavola, suddividendo tutte le prelibatezze in contenitori di misura differente in base alla fame e alle preferenze di ciascuno di noi.

Ecco, io mi sono sentita capita e meno sola!

Anche per me c’è speranza.

Per questo, Marcella, ti ringrazio!

Lara

(Pubblicato sul blog: https://mienmiuaif.wordpress.com)

Mienmiuaif Day 2018: cronaca (senza pretese) di un tripudio annunciato

35941755_10213574028037484_916794648033230848_n

Ventiquattro giugno, solstizio d’estate: tempo di trebbiatura e di covoni lasciati seccare in campi bordati da rossi papaveri; di sconfinate distese di vanitosi girasoli che interrompono la monotonia di una pianura ingrigita dalle prove generali dei primi caldi; di rugiade miracolose e di noci lasciate a macerare per produrre un liquore miracoloso anch’esso, ma per altri motivi; tempo di nervose e scaramantiche spruzzate di autan contro l’effetto di nugoli di zanzare attratte dai vestiti succinti delle loro prede, che offrono ai fastidiosi ditteri un sicuro vitto e alloggio. Questo è l’inizio dell’estate nella Bassa riassunto in poche righe, versione liofilizzata di una realtà che prevede molte più sfaccettature.

Ed è in questo contesto che un centinaio abbondante di amici, accumunati dalla passione per il duo delle meraviglie dal nome via via sempre più pronunciabile (sono ormai un lontano ricordo gli esilaranti strafalcioni dei primi tempi: sta cadendo un clamoroso tabù!), si sono dati appuntamento dall’Adriana per celebrare il terzo Mienmiuaif Day in terra emiliana.

Va detto che l’Adriana è un’istituzione e che ormai non ha più bisogno di presentazione. Ma è pur sempre un piacere segnalare il suo Agriturismo “San Giuseppe” di Gattatico, tra Reggio Emilia e Parma, dove la gentilezza e l’ospitalità vanno a braccetto con una location decisamente accogliente, impreziosita da qualche dettaglio che la rende gradevolmente vintage, e una cucina davvero sublime, che nulla ha da invidiare ai vari chef, dall’aspetto barbutamente burbero, che imperversano sulle reti televisive. Adriana la barba non ce l’ha, ma il suo sorriso smagliante ti fa sentire immediatamente accolto.

Prima la mistica e poi la mastica, per usare un’espressione vincente coniata da Giuseppe Signorin, “martire della pasta sfoglia”, tra una spesa settimanalmente mensile e la successiva.

36137573_10213574029637524_4584771275154522112_nE così è stato. Il raduno, secondo solo a Woodstock, ha avuto un degno inizio con la Santa Messa, celebrata da Fra Lorenzo all’ombra del sole (gli intrepidi cantori sono stati giustamente premiati dalla copertura di un possente noce … con annesse piccole scariche adrenaliniche causate dalla caduta improvvisa di frutti a poca distanza dal cuoio cappelluto. Non si segnalano, comunque, feriti).

Davvero stimolante, nel giorno in cui la Chiesa celebrava la nascita del Battista, l’invito di Fra Lorenzo ad attribuirsi ogni mattina un nome nuovo per richiamare il campo di lotta della giornata, una sorta di parola d’ordine quotidiana, in una logica di avanzamento continuo nel cammino di santità.

Al termine della Messa, per richiamare il gesto compiuto da Zaccaria quando indicò sulla tavoletta il nome del figlio, siamo stati invitati a scrivere il nostro nome nuovo su piccole mattonelle.

E battaglia sia, senza sconti e con spirito sportivo!

Poi la mastica. Ed è stata l’occasione per rivedere amici dopo tanto tempo, riprendendo il discorso dal punto nel quale si era interrotto, conoscere finalmente di persona amici fino a quel momento solo di tastiera (Chiara V. ci continui a sfuggire ma nel 2019 ce la faremo!) o fare nuovi piacevoli incontri. E notare di trovarsi a proprio agio con chiunque, caratteristica essenziale delle amicizie fondate sulla Roccia e che, di conseguenza, non temono il logorio del tempo, gli sbalzi di umore, né possono sgretolarsi al primo alito di vento (come spesso accade quando manca la Meta comune o un Progetto condiviso). Amicizie che vanno al di là del qui e ora; rapporti che vanno oltre: oltre il mio ristretto modo di pensare, oltre la mia città, la mia regione; oltre ad un fugace e formale scambio di battute fine a se stesso.

36114249_10213574034757652_118854887680245760_nE allora grazie di cuore ad Anita e Giuseppe per averci regalato, ancora una volta, una giornata difficile da dimenticare (confidiamo di confermarlo anche quando sarà ora di raccontarla ai nostri nipoti). Tra l’altro ottimamente organizzata, con un’alternanza davvero efficace tra l’esecuzione dei brani che stanno spopolando sui social (e che non possono assolutamente mancare in una seria playing list estiva), i commuoventi ravioli dell’Adriana, l’inatteso live di Debora Vezzani e la presentazione di alcuni libri della collana UomoVivo (Annalisa, Paola, Edoardo, Emiliano … graditi compagni di viaggio in questi due anni di pendolarismo BO-MI).

E’ stata anche l’occasione, per chi scrive, di conoscere “de visu” il dente-teologo Giovanni Biolo, autentica scoperta dell’ultimo periodo, che ha allietato i presenti con un gradevolissimo intervento con tanto di moLare finale.  Credo sia l’unico dentista che se lo conosci non lo eviti (con buona pace della categoria).

E un ricordo particolare per la toccante testimonianza di Giovanni Marcotullio su quanto vissuto in prima persona a Liverpool durante l’angosciante vicenda del piccolo combattente Alfie Evans, come inviato di Aleteia. Il nostro cuore si è letteralmente fermato per qualche minuto.

Dulcis in fundo non poteva mancare l’immancabile selfie di gruppo sulle note di “Canzone per mollare un radical chic” (sui social gira una foto che ritrae un lanciatissimo Fra Lorenzo nell’atto di sollecitare la fine di tale rapporto con un gesto decisamente eloquente).

Vedete, questo è uno dei meriti che ci sentiamo di attribuire ai ragazzi di Arzignano, forse quello principale: indicarci con la loro vita e i loro progetti, così interessanti, sorprendenti e decisamente carichi di contagioso entusiasmo, l’unica Meta per la quale valga la pena spendersi.

E quanto è bello percorrere tale cammino insieme ad altri amici, rigorosamente con il sorriso sulle labbra (perché una lotta affrontata con la gioia e la pace che vengono dal sapersi figli di Dio, è vincente a prescindere, al di là di tutte le difficoltà, le storture e le amarezze che la vita ci può riservare). Il sottotitolo della collana di libri UomoVivo: “Umorismo, Vita di Coppia, Dio” è davvero un programma di vita straordinariamente esplosivo da diffondere senza timore tra i nostri amici, parenti e colleghi nella consapevolezza che “Un fratello aiutato da un fratello è come una città fortificata”… Che dono immenso la Comunione dei Santi!

Per una giornata sono state accantonate le fatiche e i problemi quotidiani per lasciare spazio alla gioia di ritrovarsi calorosamente abbracciati con quell’amico che conoscevi solo virtualmente (e che magari scopri, con un certo sollievo, non avere le sembianze di quel cane minaccioso che si trova nella foto del profilo) o per aver incrociato mamme in dolce attesa con pance in crescita (e questa volta non per merito della cucina dell’Adriana). Anche questo è Mienmiuaif Day!

E quale stupore per aver riconosciuto ex-bebè che ora camminano spediti con le proprie gambe o adolescenti sempre più convinti di esserlo e che magari ti ritrovi in auto al ritorno. Ah già, è tua figlia (come passa il tempo!) Imbronciata perché non le hai presentato il dente-teologo, lei che dell’apparecchio non ne vuole più sapere e avrebbe desiderato l’avvallo da uno del mestiere. Imbronciata sì, ma rigorosamente con gli occhiali da sole, imprescindibile dress code della giornata.

E allora, non resta che augurare: lunga vita ai Mienmiuaif e arrivederci al Mienmiuaif Day 2019!

Lara & Gigi

(Pubblicato sul blog: https://mienmiuaif.wordpress.com)

Crea il tuo sito web con WordPress.com
Crea il tuo sito